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1 ottobre 2008

AAA credito cercasi (di Piero Carducci)

Insufficienti le politiche regionali per il credito
AAA: credito cercasi
di Piero Carducci (Economista)
In Abruzzo il 95% delle imprese ha meno di 10 addetti e l’80% ha solo il titolare. Il nanismo industriale costituisce un gravissimo problema per la nostra economia: le imprese abruzzesi sono veramente troppo piccole per investire in ricerca&sviluppo, in formazione ed innovazione, per muoversi sui mercati internazionali e per poter avere il sufficiente potere contrattuale con le banche per quanto riguarda l’accesso ed il costo del credito. In alcune aree, come l’aquilano e le aree interne in generale, al nanismo della piccola impresa si accompagna pure la progressiva riduzione del numero delle grandi imprese. Il quadro generale appare quindi problematico: grandi imprese che diminuiscono, piccole imprese che aumentano ma fanno fatica a reggere la competizione, sottocapitalizzate, scarsamente innovative e sottodimensionate. Moltissime piccole imprese abruzzesi operano poi in settori, come quello edilizio, fortemente soggetti all’andamento della congiuntura generale e dei tassi di interesse: dopo un boom durato oltre dieci anni, in questi mesi l’edilizia si è fermata, sotto il duplice effetto dell’aumento del costo dei mutui (che scoraggia le famiglie ad indebitarsi per l’acquisto della casa) e dell’aumento del costo dell’indebitamento (che scoraggia le imprese a nuovi investimenti). Il grande problema è proprio quello di cosa fare per sostenere la crescita (dimensionale e numerica) delle nostre piccole imprese autoctone. Imprese come Micron e Sevel, infatti, crescono e prosperano nonostante l’assenza di politiche regionali efficaci, e dispongono di tutte le risorse per affrontare con successo la competizione internazionale. Le piccole imprese, invece, non ce la fanno da sole, ed abbisognano di strumenti selettivi ed efficaci di politica regionale. E’ nota la distanza che ci separa dall’esperienza di altri Paesi, in cui è diffuso l’utilizzo di forme di assistenza al momento della nascita di un’intrapresa, mentre in Abruzzo il sistema pubblico scoraggia più che incentivare ogni iniziativa imprenditoriale. Tra i problemi della piccola impresa, certamente non l’ultimo, c’è il difficilissimo rapporto tra imprese e banche. Soprattutto ora: dopo la crisi dei mutui americani è finito il lungo periodo dei bassi tassi d’interesse ed il costo del denaro è destinato a crescere ancora. L’evidenza empirica del problema creditizio è quella vissuta giornalmente dai nostri imprenditori e costituisce oggetto e contenuto di continue indagini, ma veramente di pochi fatti. La provincia di Bologna ha il costo del denaro più basso d’Italia, Vibo Valentia il più alto. Mediamente un imprenditore del Sud paga il denaro 5 punti percentuali in più rispetto ad un imprenditore del Nord. Tra le 103 Province italiane, quelle abruzzesi si collocano rispettivamente: L’Aquila al 67°, Chieti e Pescara al 71° e 72° posto, Teramo al 74° posto. In Abruzzo, il costo del denaro è di circa il 2,6% più elevato rispetto a quelle del Nord. In una fase di difficoltà della piccola impresa, tale ulteriore fattore rischia di rappresentare un freno alla crescita. I processi di acquisizione-fusione conosciuti dalle banche italiane, hanno depotenziato di fatto il sistema creditizio abruzzese. In un periodo in cui si analizzano i processi di finanziarizzazione e globalizzazione dell’economia, si è amplificata la domanda di "banca locale" da parte degli operatori economici e si è riconsiderato il ruolo del territorio come luogo dove si formano reti materiali e immateriali, si concepiscono strategie, si sviluppano saperi e non solo come luogo di produzione. Il sistema creditizio non è "neutrale" nello sviluppo regionale, anzi riveste un ruolo centrale come fattore di sviluppo e "istituzione" di sostegno alla crescita delle piccole imprese. Considerato pure che il sistema creditizio attua un’azione selettiva nelle possibilità di accesso al credito da parte delle imprese, è importante che la Regione si senta impegnata nell’attuazione di strategie e azioni in grado di colmare il gap del costo del danaro per fornire alle nostre imprese quelle pari opportunità necessarie per affrontare la crescita competitiva necessaria.
La regione deve realizzare, in particolare, politiche specifiche volte al rafforzamento della struttura patrimoniale della piccola impresa. E’ acclarato che la piccola impresa abruzzese per poter essere maggiormente competitiva, deve investire in qualità. Le politiche pubbliche devono essere tese al rafforzamento patrimoniale promuovendo strutture consortili, prestiti partecipativi, strumenti alternativi di finanziamento finalizzati a realizzare investimenti produttivi. Altre regioni hanno sperimentato con successo forme di intervento per migliorare la capitalizzazione e sostenere i piani industriali, quali i fondi di "private equity", i fondi di rotazione e sviluppo, ecc. Gli strumenti non mancano certo, occorre la volontà politica ed una burocrazia selezionata non per parentela e appartenenza partitica, ma per professionalità e vicinanza alle esigenze del mondo produttivo. Le politiche pubbliche devono trovare un riscontro nei piani aziendali, premiando quelle imprese che dimostrano di saper raggiungere obiettivi di politica economica assunti come “stelle polari” dalla regione (le innovazioni di prodotto e di processo, l’incremento dimensionale, l’internazionalizzazione, la diffusione delle nuove tecnologie dell’informazione, ecc.). Più in generale, l’Abruzzo deve reagire alle crescenti difficoltà compiendo un salto di qualità e nello stesso tempo di discontinuità dall’attuale modello di sviluppo, e rafforzare un modello basato sul valore e sulla valorizzazione dell’economia della conoscenza. Tutta la manifattura abruzzese, con poche eccezioni, deve riposizionarsi su prodotti di maggiore qualità, esaltando i vantaggi comparati dei singoli “sistemi locali”: la sostenibilità dello sviluppo, la disponibilità di capitale umano, la possibilità di integrare i sistemi locali industriali con le filiere agricole, della pesca, del turismo e della cultura. La Regione dovrà fare di più, molto di più. Anche in questo campo. E credo che sia auspicabile l'adesione della nostra Regione alla costituenda Banca del Sud, progetto importante al quale sta lavorando il Sen. Fabrizio Di Stefano ed il "Cantiere Abruzzo". L'argomento del credito richiede una seria riflessione sull'argomento, ma soprattutto quei fatti che il mondo produttivo attende da troppo tempo.

Piero Carducci

11 settembre 2008

Riordino degli Enti Strumentali, una priorità per l'Abruzzo


Riordino degli Enti Strumentali - Cantiere Abruzzo ha creato un gruppo di lavoro per definire un progetto di legge regionale per il riordino degli Enti strumentali e delle società regionali. Sulla materia del riordino degli Enti sono stati presentati, nel corso della precedente legislatura, diversi progetti di legge, ma la maggioranza di centro-sinistra non ha ritenuto di procedere nel riordino della giungla di Enti regionali. Il progetto di riordino a cui sta lavorando Cantiere Abruzzo si pone l'obiettivo di ridurre i costi degli apparati politici e di riorganizzare gli enti sulla base di criteri di efficienza e di efficacia. Basti pensare che gli Enti e le Società partecipate e controllate dalla Regione Abruzzo dispongono di circa 250 sedi e uffici sul territorio regionale, e di oltre 3.500 addetti diretti e indiretti. Una selva clientelare cresciuta negli anni in maniera disordinata ed ora da riordinare, a partire dalla gestione dell'acqua e dei trasporti. E' importante sottolineare che non sono ridondanti soltanto i consigli di amministrazione ma esiste una questione ben più ampia di sovrabbondanza delle strutture manageriali: in diversi enti la giuntad centro sinistra ha nominato dirigenti senza particolari titoli e non sempre all'altezza dei compiti. Uno dei punti qualificanti del programma del Sen. Fabrizio Di Stefano è proprio la riforma degli enti regionali. Il sistema Regione deve essere disboscato e riformato: dobbiamo sopprimere gli enti inutili, semplificare le strutture, eliminare le duplicazioni, che portano a costi ormai insopportabili per la collettività. Certamente alcuni Enti sono inutili, nel senso che le rispettive competenze sono state assunte da strutture più recenti o attribuite a Comuni e Province. Esistono poi enti sovrabbondanti, come nel caso del settore dei trasporti (dove operano ben quattro Spa: Saga, Arpa, Gtm, Sangritana) che devono essere soggetti a drastici processi di razionalizzazione e di fusione. I tagli devono riguardare soltanto le strutture politiche, ovvero consiglieri di amministrazione e dirigenti a tempo determinato, e tutti i progetti presentati prevedono la salvaguardia integrale degli attuali livelli occupazionali, nonché dei diritti maturati dai singoli rispetto alla previdenza ed al trattamento pensionistico. Analoghi processi di riorganizzazione dovranno riguardare il settore dell'acqua, tanto elefantiaco nelle strutture quanto inefficace. Il progetto sarà definito entro qualche settimana e sarà pubblicato su Cantiere Abruzzo. Eventuali contributi sono graditi e possono essere inviati dai nostri lettori e simpatizzanti all'indirizzo del sito.


Gruppo di lavoro "Cantiere Abruzzo"

La vera malatta è la sanità


Riceviamo e pubblichiamo l'intervento di Stefano Flamini, direttore U.O. di Ortopedia e Traumatologia Ospedale "S. Salvatore" L'Aquila.

La sanita' Abruzzese e' malata, è tutto il sistema che non funziona e la causa prima della malasanita' sembra essere l' assenza di controlli, l' inesistenza di sistemi premi-punizione, la non applicazione di parametri di efficienza. I politici responsabili della gestione della sanita' Regionale degli ultimi anni si sono dimostrati del tutto inadeguati, cosi come si è dimostrata inadeguata gran parte della classe medica, che nulla ha voluto cambiare e nulla doveva turbare quelle modalità di lavoro che hanno contribuito a rendere disastrosi i conti della Sanità. Sull' onda degli ultimi episodi di cronaca e per il suo crescente peso economico è indispensabile che il prossimo Governo Regionale prenda di petto la questione salute. Provo ad indicare, seppur sinteticamente, obiettivi programmatici, di cui mi auguro, Vorrà’ tener conto in vista delle elezioni prossime.

Il 1° e' quello dell' assenza, della carenza e dei ritardi delle informazioni sul servizio sanitario Regionale per valutarne il grado di efficienza. Sembra quasi che i gestori non gradiscano produrre o essere sottoposti a rendiconti. Nessuna delle attuali Asl pubblica dati sulla propria attivita' . L' informazione regionale, quando c'e', offre dati aggregati e tardivi. I rendiconti del ministero della Sanita' contengono solo dati contabili e nessun indice di redditivita' . Mancano dati sui costi dei singoli ospedali, sugli stessi organici, non ci sono dati attendibili e confrontabili sui costi medi di degenza. Si dice che il personale sanitario sia in esubero: si tagliano posti ai medici ed infermieri ma si moltiplicano i posti degli amministrativi…..è pazzesco. Nell’industria le spese amministrative debbono essere contenute al disotto del 10 per cento, nei nostri ospedali, seppure con diverse aggregazioni di spesa, arrivano al 30-35 per cento, . Cio' e' tanto piu' grave, dal momento che la spesa sanitaria in Abruzzo assorbe oltre l’80% del bilancio generale della Regione di cui circa un quinto è dedicato ai rimborsi alle cliniche private per le prestazioni effettuate in convenzione.

IL 2° e' l' assenza di parametri di efficienza e di rendimento. L' introduzione di parametri di efficienza, tipici delle imprese e l' analisi degli scostamenti e delle varianze delle singole Unita' Operative offrirebbero precise griglie di lettura e di intervento nelle diverse realta' : premiando le piu' produttive, stimolando le meno efficienti. I piccoli ospedali, che non riescono ad avere una massa critica, cioè un numero di degenze sufficiente per offrire dei servizi qualitativamente avanzati andrebbero chiusi o magari trasformati in strutture per la lungodegenza-riabilitazione, garantendo la partecipazione delle comunità locali a questo ridisegno dei servizi per la salute
La sperimentazione dei famosi Nuclei di Cure Primarie (NCP), nuove forme organizzative della Medicina Generale che, per come sono state progettate, presentano molti dei tratti caratterizzanti le UMG (Unità di Medicina Generale) che dovrebbero costituire i mattoni della assistenza territoriale nel prossimo futuro, attualmente risultano utili ad aumentare lo stipendio dei medici e fallimentari dal punto di vista sanitario.

Il 3° è l’ espansione, nonostante i tentativi di tenerla sotto controllo messi in campo dai Governi Nazionali. Piu' della meta' della spesa e' dovuta ad una domanda sempre piu' sofisticata cui corrispondono cure sempre piu' costose e spesso non appropriate. Ad esempio dal 20 al 50% degli interventi chirurgici non sono necessari, come non lo sono il 50% delle radiografie, TC e RM per dolore lombare o artrosi. Criteri di misurazione quali esistenza e uso di linee guida o documenti di riferimento, percentuale di aderenza alle raccomandazioni selezionate, danni da terapie di tipo o durata incongrui abbatterebbero gli sprechi. Ognuno di questi sprechi fa perdere tempo, rende difficile lo svolgimento delle operazioni, accentua i disagi da carenza di risorse. Inoltre, se la salute e’ vero non ha prezzo, tuttavia la spesa non deve divenire un costo dell’inutile. Infatti nella sanità troppe risorse vengono assorbite per la -non sanità-, da cui la necessità di una razionalizzazione della spesa, evitando gli sprechi. Quanto si spende nella sanità è tutto per la sanità? Quanto si spreca? Quante sono le spese inutili? Forse più che di malasanità, meglio sarebbe di guardare se non c’è una malamministrazione della sanità.

Il 4° è la certificazione, o meglio assenza di certificazione. Se le leggi obbligano le imprese, soprattutto quelle al di sopra di certe dimensioni, a sottoporre all' analisi di certificatori professionali il proprio bilancio, perche' non e' possibile introdurre le stesse procedure per le ASL? Ne' puo' valere l' alibi dei costi: se diretta dal centro e resa obbligatoria, la certificazione dell' attivita' degli enti sanitari avrebbe costi decisamente marginali rispetto agli sprechi e agli abusi. Una delle misure piu' celeri da prendere, dovrebbe essere l’ istituzione di un corpo di ispettori, altamente qualificato(ex Primari, Direttori Sanitari etc), che abbiano il compito di organizzare il controllo dell' attivita' e che, utilizzando e introducendo una serie di parametri di rendimento e di efficienza per i diversi tipi di struttura, possano attivare l' azione dei responsabili regionali, verso le realta' peggiori per migliorarle, verso quelle migliori per premiarle.

Il 5° riguarda le dinamiche demografiche legate all'invecchiamento. Ad incidere maggiormente sulla spesa pubblica non è solo il fattore età, quanto l'insorgenza di malattie croniche incurabili o dall'esito incerto, che necessitano di assistenza specialistica e prolungata nel tempo. Stiamo assistendo ad un rapido, profondo e duraturo cambiamento del profilo di domanda dei servizi sanitari, la struttura della domanda appare sempre più sbilanciata verso le esigenze di soggetti "fragili", anziani e non autosufficienti affetti da malattie croniche e patologie multiple. La struttura dell'offerta è invece rimasta sostanzialmente quella ideata e costruita un secolo fa' per far fronte ad una domanda di sanità guidata da un quadro epidemiologico completamente diverso da quello attuale, ed orientato prevalentemente alla gestione delle emergenze e delle malattie acute. . Le nostre strutture necessitano di profondi cambiamenti per adeguarsi alle esigenze di una popolazione sempre più anziana, in cui spesso più patologie minano nel tempo la salute di un individuo ed in cui infine le emergenze sanitarie si accompagnano ad emergenze sociali di assistenza e sostegno. Diventa sempre più necessario rivedere come e dove vengano spesi i soldi della sanità pubblica e al contempo pianificare dei programmi di assistenza indirizzati al potenziamento della sanità territoriale decentrata per poter prendersi carico in modo efficace ed efficiente di una popolazione destinata ad invecchiare sempre di più. Tipicamente in sanità "l'offerta crea la domanda". Un modello distributivo dei servizi sanitari ancora fortemente incentrato sul ricovero ospedaliero sta da molto tempo creando una domanda distorta, sottolineata in particolare dai molti ricoveri impropri che risultano essere sempre più costosi per il Sistema Sanitario Regionale, oltre che poco efficaci dal punto di vista della cura del paziente. In un'ottica di bilanciamento fra costi e qualità dei servizi sanitari, i mutamenti demografici ed epidemiologici in atto dovrebbero spingere ad una ri-definizione della strategia di distribuzione dei servizi socio-sanitari sul territorio volta a re-ingegnerizzare la struttura dell'offerta, integrando la componente ospedaliera con una potenziata presenza territoriale a supporto delle mancate ospedalizzazioni, delle de-ospedalizzazioni anticipate e della assistenza presso il domicilio delle persone. Tutto questo comporta una organizzazione del servizio per processi, in grado di coinvolgere in maniera orizzontale ospedali, strutture sanitarie territoriali, medici di medicina generale e specialisti, assistenti sociali e, naturalmente, il paziente stesso, in modo particolare l'anziano, l’ oncologico, il disabile e il cronico.

6° Cliniche private, soldi pubblici.
«Ai privati arrivano soldi e alle strutture pubbliche le rogne» scrivono Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella. È esattamente così, ma non solo in Sicilia. In Abruzzo si è voluto mettere sullo stesso piano pubblico e privato con l'idea che farli competere aumentasse l'efficienza e riducesse gli sprechi. Prima però si sarebbe dovuto cambiare le regole. Se pubblico e privato devono competere per dare efficienza agli ospedali, uno si aspetta che le regole siano le stesse. Ma gare d'appalto, vincoli per i concorsi, impossibilità di licenziare chi non lavora si applicano alle strutture pubbliche, al privato no. Gli ospedali formano grandi medici, e bravi infermieri che dopo qualche anno lavoreranno nelle cliniche private, che li retribuiscono a prestazione. Tante prestazioni, tanti soldi. I rimborsi sono a prestazioni (DRG), a ciascuna prestazione corrisponde una tariffa incoraggiando a curare le malattie «che rendono», e facilmente alterabili per ottenere rimborsi più alti di quanto non comporti la prestazione effettuata (in un recente convegno a Milano è emerso che l'uso improprio dei DRG costa allo Stato 5 miliardi all'anno). E’ facile ipotizzare, se ci fossero stati ispettori , come precedentemente viene descritto, difficilmente si sarebbero potuti verificare quegli episodi che sembra siano accaduti. Chi ha grandi traumi dell’ apparato locomotore, infezioni da germi difficili da curare, grandi insufficienze d'organo, chi deve essere ricoverato per mesi, gli ammalati di Aids, sono sempre curati negli ospedali pubblici. Che in questo modo più lavorano, più «perdono», perché il sistema è tale che i DRG non sono remunerativi per i malati gravi. Dovremmo rinunciare all’ attuale modello? Penso di sì, finché siamo in tempo.
Le competenze del privato si dovrebbero poter integrare con quelle degli ospedali pubblici, vincolando il sistema a regole precise cioè “delegare” al privato alcuni “servizi” e “prestazioni” in regime di convenzione, cioè complementare al pubblico e non concorrenziale. Così non ci sarebbero più a pochi chilometri cliniche private e ospedali che fanno la stessa cosa, si ridurrebbero esami e interventi inutili e si garantirebbero ai cittadini buone cure, che è la cosa più importante, ed è anche quella di cui si parla di meno.

Razionalizzare, chiudere o convertire i piccoli ospedali e cliniche private, gli inevitabili esuberi di personale faranno insorgere i lavoratori, le popolazioni ed i politici locali. Ci sono in agguato molti nemici che non hanno nessuna voglia di vedere cambiato un sistema in cui hanno prosperato ottimamente, pertanto, per risanare con saggezza un settore allo sbando è necessaria una politica con la P maiuscola che riesca a coinvolgere "la massa", che non rinunci a dire la verità, anche se scomoda, e che non la prenda in giro.

Sanità, bisogna cambiare!


Riceviamo e pubblichiamo l'intervento della dott.ssa Maura Del Giovine*

C'è di più del problema di un grosso" buco" nella sanità abruzzese. C'è di più dei soldi che mancano per pagare il debito che stringenella morsa il servizio sanitario regionale. C'è il problema dell'assenza di un sistema efficace ed efficientedi governo e di controllo delle nostre strutture sanitarie. Possono sembrano riflessioni scontate, ma non è così. Bisogna interrogarsi. Perchè non c'è attualmente l'apparato necessario? E ancora. Perchè non si sono date ed attivate in concreto strutture adeguate di controllo di gestione ad organizzazioni complesse di vitale importanza per tutti cttadini? Nelle Asl, negli ospedali, vale sempre la pena sottolinearlo, si produce salute: il bene più prezioso per tutti. Nulla è più importante! Allora? Qualcosa non quadra. Già, perchè non può essere un caso, o colpa del fantomatico " sistema", ed infatti non lo è, che le Asl siano - stando ai fatti, recenti e non, noti all'opinione pubblica - , sostanzialmente tutte, in chiara e grave difficoltà sia finanziaria che gestionale. Gestione e finanza sono due facce della stessamedaglia, la cosiddetta governance. Servono per un buon governo sanitario uomini davverocapaci, professionisti del management amministrativo e sanitaro, cioè funzionari,dirigenti medici e tecnici formati ed esperti: questo sì che è scontato da fare. Nessuna alchimia, nessuna formula magica: prima la strategia, poi la capacità di trasformala in fase operativa, infine il sistematico controllo-monitoraggio del risultato del lavoro svolto. Il sistema è semplice, efficace ed efficiente, necessariamente trasparente, e, soprattutto,tendente a risultati di maggiore economicità.E la politica che ruolo ha in tutto questo? Un ruolo principe, il più importante se vogliamo. Un buon sistema di governo, applicato a qualsiasi sistema organizzativo, deriva da buone idee: la politica èproprio il mestiere, o meglio l'arte, di chi trasforma valori ed idee in azioni utili a servizio della gente,centrando quindi obiettivi di interesse generale. Arrivo così alla conclusione di questo mio modesto contributo. Eccola. Auspico che in Abruzzo cambi il modo di fare politica sanitaria, che si volti prestopagina e che al Governo della nostra Regione e delle Asl arrivinonon solo uomini capaci, ma soprattutto Uomini, di buona volontà!

*Dott.ssa Maura Del Giovine, giornalista

5 settembre 2008

L'Abruzzo investa nella produttività (un intervento di Piero Carducci)

Riceviamo e pubblichiamo l'intervento dell'economista Piero Carducci, presidente del Movimento per L'Aquila.

Credo che "Cantiere Abruzzo" dovrebbe riflettere, nei suoi contributi, sulla situazione economica abruzzese e sulle coerenti politiche economiche. Poche settimane ci separano dal voto, eppure quasi nessuno - con la lodevole eccezione di questo /blog/ - parla di programmi e di cose da fare.L’agenda politica dovebbe essere dominata non già dai contorcimenti mentali di Pastore e dal politichese dei più, ma dai temi economici. Badate bene: l’economia italiana non tira, e va peggio di quella europea che pure perde i colpi rispetto ad USA ed Asia. Il resto del mondo rallenta, ma comunque cresce, mentre l’Europa conosce per la prima volta in 30 anni il segno meno sul Prodotto Interno Lordo. La parola chiave in questa fase di bassa crescita è produttività, ovvero il prodotto per occupato nell’area Ue (in Italia in particolare) è troppo basso e deve crescere. La produttività è la base della futura ricchezza perché consente di incrementare l’efficienza del sistema e di assorbire senza traumi gli aumenti dei costi delle materie prime importate (come il petrolio). In questo scenario non esaltante, l’Abruzzo sta peggio degli altri. Purtroppo la nostra regione soffre come tutti delle difficoltà generali, ma pure del macigno del debito sanitario, una vera palla al piede che imporrà enormi sacrifici in futuro. La nostra economia sta rallentando, più rapidamente del previsto, per effetto di vari fattori: la debolezza del settore delle costruzioni, l’aumento dei prezzi delle materie prime che ha ridotto il potere d’acquisto ed aumentato i costi e quindi i prezzi alla produzione, una amministrazione regionale tanto elefantiaca quanto scadente. La fase di bassa crescita durerà, per l’Italia e l’UE, fin quando le nostre economie non riusciranno ad adattarsi ai prezzi più alti e più variabili delle materie prime, mentre per l’Abruzzo la situazione è più complicata dai fattori di debolezza strutturale propri della nostra regione. Se non cresce la produttività, ogni aumento del prezzo delle materie prime si ribalta sull’aumento dei prezzi. Il che significa meno competitività ed inflazione più persistente. Occorre poi tener presente il fatto che la crisi dei mutui USA è tutt’altro che finita. E questo è un problema per le economie indebitate, come quella abruzzese, che pagherà a carissimo prezzo il rimborso del debito sanitario. Insomma in Abruzzo abbiamo inflazione in aumento, consumi in calo, alti debiti, bassa produttività, casse regionali completamente vuote. Come stimolare la crescita in queste condizioni? La strada da percorrere non è semplice. L’esperienza delle precedenti crisi insegna che uno stimolo fiscale o un aumento della spesa pubblica a debito non serve per far fronte a uno shock derivante da un aumento delle materie prime. Per recuperare potere d’acquisto e competitività bisogna far calare i prezzi dei prodotti venduti con poca concorrenza. Bisogna dunque incidere sul sistema distributivo, sui monopoli, in particolare quelli locali. In molti casi i nostri prezzi (per beni e servizi) sono più elevati di quelli italiani e degli altri paesi europei. È su quel fronte che si possono ottenere vantaggi per i cittadini, e compensare gli aumenti delle materie prime. Importanti recuperi di efficienza sono possibili nell’apparato amministrativo regionale, nelle società controllate e negli enti strumentali: un apparato enorme e per buona parte tanto inutile quanto costoso. Nei prossimi anni la prospettiva di non vedere aumentare le tasse, alla base della politica del governo Berlusconi, dovrebbe rassicurare e creare un ambiente di base più favorevole alla crescita. Inoltre, per tagliare le tasse bisogna prima tagliare le spese. L’Abruzzo deve tagliare le spese, allungare il rimborso del debito sanitario, ed investire massicciamente in produttività. Questa è la ricetta. Entro un paio d’anni potremo forse essere fuori dal tunnel. La ripresa della crescita dipende pure da fattori esterni, come il prezzo del petrolio e la ripresa americana, fattori sui quali l’Abruzzo ovviamente non può fare nulla. Ma dipende molto dalla nostra capacità di reazione. Questo è il momento di ristrutturare, investire, innovare, ridurre la spesa regionale improduttiva, tagliare enti inutili, aumentare la produttività di sistema, investire sui giovani e sui talenti. E’ arduo il compito del prossimo Presidente: riprendere il percorso dello sviluppo in una situazione molto difficile. Fare uscire l’Abruzzo dal fosso in cui ci ha precipitato Del Turco e la sua "politica". Dimenticare la Banda Bassotti con il buon governo: ci vorrà tempo, ma si può fare.

Piero Carducci